Al secondo piano si accede salendo sia dalla Torre Panoramica sia dalla Torre romana. Nel primo caso (percorso consigliato), si entra direttamente nella Sala Ceramiche. Il piano è al livello delle merlature del castello quattrocentesco e l’ampio ambiente con soffitto ligneo fu ricavato a inizio Novecento abbattendo i tramezzi che separavano i locali già occupati dall’Osservatorio Astronomico. Dalle finestre, bella veduta sulla città, in particolare via Po e la collina torinese.
Le tre sale del secondo piano, con le vetrine in cristallo e legno di noce massiccio, rivestite in radica di noce, hanno mantenuto l’arredo allestitivo originario risalente al 1934.
Sulla destra in fondo è la Sala Tessuti, dove sono esposte a rotazione alcune opere della collezione tessile, che comprende più di 3500 pezzi tra velluti, lampassi, taffetas, damaschi, ricami, merletti. Poco illuminata per preservare gli oggetti esposti, è attualmente (2011) dedicata alla storia del merletto.
Si ritorna in Sala Ceramiche, dove sulla sinistra sono esposti alcuni esemplari di legature, dal Rinascimento fino al Settecento, con una sezione dedicata agli almanacchi piemontesi. A seguire, una vetrina con oggetti in cuoio: custodie e cofanetti, del XV-XVI secolo.
Inizia quindi il percorso attraverso la collezione di maioliche, porcellane e terraglie del museo, una delle più ricche d’Italia, per tanta parte raccolta dal marchese Emanuele Tapparelli d’Azeglio e donata al museo nel 1874.
Nella prima vetrina si trova un pezzo eccezionale per importanza e rarità, la brocca in porcellana medicea. Seguono da un lato le porcellane cinesi e giapponesi, dall’altro le ceramiche del Vicino Oriente e di Iznik (Turchia).
Su un basamento, sculture settecentesche in porcellana di grandi dimensioni: tre animali della fabbrica di Meissen, provenienti dal Palazzo giapponese di Augusto il Forte a Dresda; due vasi della fabbrica Ginori a Doccia, derivati da modelli di Massimiliano Soldani Benzi; un Atlante in porcellana di Doccia (da un modello del Giambologna) con un globo in carta di Louis-Charles Desnos (1754).
Nelle vetrine seguenti, l’esposizione segue un ordine in parte per classi ceramiche (maioliche, porcellane, terraglie), in parte cronologico, in parte per manifatture. Sono rappresentati i principali luoghi di produzione italiani.
Per la porcellana si segnalano la raccolta di oggetti della fabbrica viennese Du Paquier, tra le più importanti al mondo, quelle di porcellana veneta e docciana, il nucleo di Vinovo.
Nell’ultima vetrina prima di Sala Avori è esposto il ritratto su ceramica di Emanuele d’Azeglio.
Sul lato sud della sala, una serie di vetrine ospitano argenti tardo barocchi, soprattutto piemontesi, oggetti in peltro e opere in ferro forgiato. Sui davanzali gioielli, ornamenti e medaglioni in argento di produzione vercellese e biellese della fine dell’Ottocento.
Nell’ultima sala, denominata Vetri e Avori, si trova, entrando a sinistra, la ricchissima raccolta di smalti limosini duecenteschi, diversi dei quali provenienti da chiese piemontesi e valdostane. Seguono le oreficerie medievali, tra le quali due capolavori: un reliquiario di Hugo d’Oignies e un medaglione reliquiario parigino in smalto en ronde-bosse.
Nelle vetrine affacciate sulla piazza, gli oggetti in vetro provenienti da scavi archeologici nel Vicino Oriente, già nella collezione dell’industriale torinese Riccardo Gualino.
Seguono vetri di produzione muranese, dal Cinquecento all’Ottocento. Nelle vetrine a centro sala, si trovano bronzetti rinascimentali provenienti dalle collezioni dei duchi di Savoia; vasellame da tavola e liturgico in ottone, prodotto a Dinant (Belgio) nel XV-XVI secolo, largamente diffuso in tutta Europa nel Medioevo e oltre.
Sull’altro lato, le stesse vetrine ospitano un gruppo di raffinati avori romanici e gotici e un ricchissimo nucleo di prodotti della bottega degli Embriachi.
Di fronte, nelle vetrine contro la parete, è esposta la raccolta di vetri dipinti e dorati, donata da Emanuele d’Azeglio, una delle principali al mondo per qualità e quantità di oggetti.
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