Art Brut

38,00

Le collezioni di ambito manicomiale dell’Università di Torino

A cura di: Gianluigi Mangiapane, Federica Merlo

Committenti: Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso”, Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino (UNITO)

176 pagine
formato 21×27 cm, dorso 13 mm
copertina morbida
lingua: italiano

© 2025 Editris Duemila snc, Torino
ISBN-9788889853900

Categoria:
Descrizione

Indice

Prefazione
Cecilia Pennacini, Silvano Montaldo

«A raccolta!»
Chiara Nenci

L’Art Brut all’Università di Torino:
la collezione di opere di ambito manicomiale del Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso”
Federica Merlo

L’Art Brut all’Università di Torino:
la collezione di opere di ambito manicomiale del Museo di Antropologia ed Etnografia
Gianluigi Mangiapane

Il progetto TAZEBAO
Davide Borra

Raccontare l’Art Brut attraverso il digitale
Federico Citi, Riccardo Zanzi

Art Brut: profili giuridici tra diritto d’autore, riservatezza e patrimonio culturale
Roberto Cavallo Perin, Francesca Paruzzo

 

Bibliografia

Biografie

 

“Coloro che opinano venir meno nei folli la potenza intellettiva, versano in grave errore, mentre, anzi, questa spesso si esalta in essi ed in singolare maniera”. Così Cesare Lombroso scriveva il 1° novembre 1863 nella prelezione ai corsi di antropologia e clinica psichiatrica presso l’Università di Pavia. Il breve testo, pubblicato per la prima volta l’anno seguente con il titolo Genio e follia, fu poi rimaneggiato, integrato e riedito altre cinque volte, fino a raggiungere le 743 pagine dell’ultima versione, nel 1894, intitolata L’uomo di genio. Se l’idea originaria di quello scritto si concentrava sui casi di alterazione mentale palesati dalle biografie e dalle opere di artisti, scrittori e scienziati illustri, allineandosi a una tesi della psichiatria francese coeva sull’origine nevrotica o degenerativa della genialità, fin dalla seconda edizione del Genio e follia, nel 1872, lo spazio riservato alla creatività dei pazienti psichiatrici venne decisamente ampliato. Quella che doveva essere solo una sorta di controprova della validità della tesi principale, si dilungava ora su diversi casi di creazioni intellettuali e artistiche di ambito manicomiale, che Lombroso aveva visto nascere dalle mani dei suoi pazienti, a Pavia e poi a Pesaro. Ad esempio, nella clinica ticinese aveva incontrato una donna del popolo che, convintasi di essere una napoleonide perseguitata da molti nemici, dimostrava un tale genio per il disegno e il ricamo da realizzare “certe sue farfalle così leggiere e così vere, che pareva alitassero, lì, sopra la tela”. Un’altra, “con pochi gusci di limoni e di ova plasmava dei vasi e dei calamai graziosissimi”. C’era poi il caso di un ciabattino, assassino preda di manie erotico-allucinatorie, che la pazzia aveva trasformato in uno scrittore di talento. Lo psichiatra ci racconta così la nascita di una collezione che si sarebbe ingrossata come le pagine dei suoi libri, arricchendosi delle opere strabilianti dei suoi pazienti e dei doni inviati da numerosi ammiratori, anche dall’estero, a Torino, dove dal 1876 Lombroso si trasferì per fondare la sua controversa “scienza” del crimine. Una collezione che fu arricchita da Antonio Marro, suo collaboratore e medico presso l’ospedale psichiatrico torinese, e dal figlio di questi Giovanni, il quale ne fece uno dei nuclei fondanti del Museo di Antropologia ed Etnografia di Torino (MAET).
Si tratta di un patrimonio culturale che negli ultimi decenni è stato al centro di un interessante processo di risignificazione e valorizzazione nell’ambito di un ampio dibattito relativo alla stessa categoria di arte e alla definizione di “Art Brut” coniata da Jean Dubuffet nel 1945.
Le due collezioni, conservate nel Museo Lombroso e nel MAET, sono oggi virtualmente riunite e aperte interamente al pubblico in una digital library dell’Art Brut dell’Ateneo di Torino, restituendo così spazio e voce alle figure autoriali, sovente ignorate, attraverso la ricostruzione delle loro biografie e dei contesti di produzione.

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